Boccaccio, nella biografia di Dante racconta che dopo la morte del Poeta gli ultimi tredici canti del Paradiso risultavano inspiegabilmente scomparsi. Fu il figlio Jacopo a ritrovarli grazie a un sogno: il padre gli sarebbe apparso, indicandogli un nascondiglio segreto all’interno della casa di famiglia. Una storia sospesa tra realtà documentata e aura miracolosa, ma accettata da secoli come parte integrante dell’eredità dantesca.
Ora, se ammettiamo che Dante fosse solito nascondere i propri scritti, sia per prudenza politica sia per un istinto naturale alla dissimulazione simbolica, non è forse altrettanto plausibile ciò che propongo io?
Come dice il professor Sorgente, nel mio libro, Dante costruisce l’intera Commedia su una rigorosa architettura numerica. All’interno di quell’ordine perfetto, la sequenza:
1 + 99 + 1 = 101
non è una semplice operazione aritmetica, ma un gesto simbolico. Le due unità estreme rappresentano la generazione, la dualità, l’inizio e la fine: un passaggio dalla solitudine del principio alla pienezza del compimento. Al centro si colloca lo zero: il vuoto, il punto di non-essere, la soglia in cui tutto si annulla per poter rinascere.
In quest’ottica, il centunesimo canto non è necessariamente un numero reale, ma un luogo concettuale. Dante potrebbe aver concepito un canto finale destinato a spiegare gli enigmi disseminati lungo l’opera, un sigillo interpretativo affidato solo ai lettori più attenti.
Ma la morte lo colse prima che potesse rivelarlo. Oppure fu lui a celarlo ancora più in profondità dei tredici canti del Paradiso, sapendo che il suo contenuto era troppo audace, troppo rivelatore, forse troppo rischioso per l’epoca.

E qui la domanda diventa inevitabile: se Dante ha davvero nascosto tredici canti, perché non potrebbe aver nascosto anche il più importante? La mia ipotesi di un canto segreto, poi ritrovato e occultato dalla Chiesa diventa plausibile.
La leggenda del sogno di Jacopo legittima questa possibilità. Ci mostra un poeta consapevole del valore dei suoi scritti e della necessità di proteggerli. Ci mostra un uomo che usa il mistero come strumento narrativo, simbolico e politico.
E allora ciò che propongo non è solo possibile. È perfettamente coerente con ciò che Dante è stato: un poeta che non ha mai detto tutto, e non ha mai detto niente per caso.